LA STORIA DI DIANA: IL CORAGGIO DI TORNARE A VIVERE

Diana è una ragazza di origine ucraina, arrivata in Italia all’età di sei anni ed ora ventenne. Diana ha subito abusi sia fisici che psicologici dal patrigno musulmano tanto che recentemente la madre ha sporto denuncia abbandonando la casa coniugale.

Al momento, entrambe le donne sono aiutate da un’associazione di Milano: Diana ora ha un lavoro che le permetterà di iscriversi già da questo anno alla Facoltà di Medicina come lei ha sempre desiderato, ma i danni psicologici sono ancora notevoli e non si  sa se saranno mai risolti. La madre sarà tutelata in sede di giudizio da una legale specializzata in matrimoni interrazziali ed aiutata dall’associazione ad avere una casa. Fortunatamente il lavoro lo ha già.

Qui di seguito la lettera di Diana:

Cosa si riesce a decidere a sei anni? Pressoché nulla; e a dieci? Altrettanto. L’ambiente, le compagnie, la scuola e la famiglia influenzano il comportamento e la crescita di un individuo a parer mio. All’età di sei anni sono arrivata in Italia, a Milano più precisamente, non conoscevo nessuno a parte mia madre, non conoscevo la casa, le strade, non avevo più i miei nonni vicino a me, non avevo più i miei vicini di casa da cui potevo andare per ogni cosa e in ogni momento, non avevo più i miei adorati gatti, non avevo amici, non conoscevo la lingua perciò nessuno mi capiva a parte mia madre e soprattutto non avevo il mio papà, ma c’era un altro uomo insieme alla mia mamma.

Volevo andare a scuola, non vedevo l’ora, ma una volta arrivata mi resi conto che era tutto diverso, era tutto così strano, non avevo fatto in tempo ad ambientarmi che sono stata mandata in un altro mondo. I bambini non mi capivano, piangevo tutti i giorni, le maestre non mi capivano e perciò non potevano soddisfare i miei bisogni, quando iniziai a parlare in italiano, mi resi conto che dopotutto non era così tanto male la scuola e ci andavo volentieri.

Il pomeriggio mia madre mi faceva studiare tutto il tempo per far sì che non mi sentissi a disagio con gli altri, ma non dovevo far rumore per non dar fastidio al mio patrigno, detto Budi. Non potevo uscire al parco spesso perché mia madre lavorava tanto per potermi dare tutto ciò che avevano gli altri. Io suonavo il flauto, inizialmente quello dolce, ma dovevo suonare piano, molto piano, quasi da non farmi sentire per non dar fastidio al mio patrigno; non potevo guardare la tv più di tanto perché a lui dava fastidio. Non potevo, a sei anni, mettere gonnelline troppo corte o magliette smanicate, dovevo sempre mangiare tutto senza fare storie perché se non mangiavo loro litigavano su come farmi mangiare o se farmi mangiare per forza o lasciarmi stare. Io mangiavo lentamente e ciò innervosiva molto il mio patrigno, ma questo mi permetteva di nascondere i resti del pranzo o della cena che poi avrei dato a qualcun altro.

Non importava cosa facessi, non andava mai bene nulla, non era mai abbastanza, non ero mai all’altezza della figlia del mio patrigno, me lo rinfacciava spesso, più spesso che poteva.

Io dovevo filare dritto altrimenti me ne sarei tornata in Ucraina da mia nonna. Io volevo tornare, mi mancava la mia terra, i miei nonni e mio fratello, ma allo stesso tempo mi rendevo conto che tutti loro erano ormai lontani da me e dal mio modo di pensare e che quindi mi sarei sentita un’estranea nel posto in cui chiamavo casa, perciò preferivo avere perlomeno un dolce ricordo.

In quinta elementare sono stata “trasferita” in una scuola privata araba e da allora la mia vita è cambiata. Tutti mi prendevano in giro perché non portavo il velo; pur avendo un patrigno arabo, il mio patrigno mi prendeva a male parole perché non portavo il velo a differenza di sua figlia, la sua vera figlia. Non ce la facevo più per le continue pressioni. A 10 anni ho messo il velo e da allora tutto è cambiato. La gente mi evitava.

Sono cresciuta con questo tormento dell’islam, con questa forte imposizione, con questo vecchio pazzo sempre arrabbiato, con mia madre sempre più angosciata e più sciupata, sono cresciuta nell’ombra del mio velo che nascondeva la mia identità, che sotterrava i miei desideri e mi piegava al giudizio altrui.

Ora sono cambiata, non mi faccio più mettere i piedi in testa da un ideologia che non condivido e che non condividerò mai. Ho avuto la forza di dire finalmente la mia. Spesso vengo comunque giudicata per ciò che ero, o meglio per ciò che sembravo agli altri. Mi pesa, mi pesa molto sapere che il pensiero possa essere così limitato e soprattutto che un oggetto del genere, il velo, abbia segnato così tanto la mia persona.

Mi chiedo tutt’oggi: cos’è il bullismo? Chi è il vero bullo: chi attacca la vittima di turno o anche il pubblico che non reagisce? Chi può essere definito bullo? Succede solo a scuola? Ecco a questo so rispondere: no. Succede tutti i giorni a diverse persone, a scuola, a lavoro, in giro e perfino a casa.

Io penso che il mio patrigno, forse inconsciamente, abbia applicato una tattica psicologica intimidatoria e abbia in qualche modo bullizzato mia madre, sottomettendola a sé con azioni di forza e prepotenza.

Mi chiedo spesso perché mia madre si fosse risposata, forse pensava di avermi delusa, pensava di dover rimediare, pensava che dovessi bisogno di un altro papà. Io non avevo bisogno di un altro papà, avevo bisogno del mio papà, del mio unico papà. Si è risposata, forse era innamorata, forse no, non lo so, so solo che non me lo dirà mai e so anche che aveva timore di deludermi. Il mio patrigno ha una religione molto forte e predominante, è un uomo cocciuto, aggressivo, è un essere incurante della felicità o infelicità altrui, lui è stato così bravo a raccontare che ha illuso mia madre con una prospettiva di vita religiosa ‘migliore’, l’ha fatta convertire, ci ha fatto convertire, ci ha imposto dottrine assurde, ci costringeva a tacere quando lui dialogava a telefono con i suoi figli naturali, avuti dal precedente matrimonio, perché non sapevano della sua unione. Ha imposto a mia madre di non parlare con suo padre, mio nonno materno, perché, secondo lui, non lo avevano trattato con riguardo davanti a dei colleghi di lavoro, ci ha costrette ad andarcene precocemente da una breve vacanza estiva nella nostra terra madre perché lui non tollerava l’atteggiamento dei nostri familiari, amici e vicini nei suoi confronti. Ha ristretto le mie amicizie, mi imbarazzava portare qualcuno a casa perché c’era sempre lui, mi imbarazzava andare da qualcun altro a casa perché vivendo in una realtà differente non sapevo come comportarmi, come interagire. Mi ha distrutto l’infanzia con i suoi urli, con le sue scenate, con tutti gli oggetti lanciati dalla finestra per rabbia, con tutte le dimostrazioni di forza dopo anni di arti marziali e con il suo comportamento egocentrico. Mi sta distruggendo l’adolescenza con le sue imposizioni, con i suoi sospetti, con i suoi modi, ma ora non sono più una bambina e non ho intenzione di farmi scivolare di mano gli anni più belli della mia vita per un vecchio arrogante. Devo prendere in mano le redini della mia vita, farmi coraggio e affrontare le avversità a testa alta.

Sono sei anni che frequento lo psicologo, inizialmente era lo psicologo della scuola poi mi sono diplomata, con tanta fatica e con un voto molto basso, avrei potuto dare di più ma non avevo la testa per studiare, ero in una fase depressiva, poi uno psichiatra e uno psicologo dell’ospedale San Paolo.

Non so se riuscirò mai a fidarmi di nuovo del genere maschile dopo tutto ciò che hanno fatto mio padre e il mio patrigno a me e a mia madre.

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